Intelligenza Artificiale Generativa e Avvocati: la Guida del CCBE tra opportunità, rischi e doveri professionali
Il 2 ottobre 2025 il CCBE ha pubblicato la Guida sull’uso dell’intelligenza artificiale generativa da parte degli avvocati, un documento destinato a incidere in modo significativo sull’organizzazione e sulla responsabilità degli studi legali europei.
La Guida non è un manuale tecnico e non si propone di spiegare il funzionamento algoritmico dei modelli linguistici. Il suo obiettivo è più ambizioso e più delicato: chiarire come l’utilizzo della GenAI si intrecci con i principi fondamentali della professione forense, alla luce della Carta dei Principi del CCBE, del Modello di Codice Deontologico europeo e del nuovo quadro normativo introdotto dal Regolamento (UE) 2024/1689 (c.d. AI Act).
Il focus è, quindi, eminentemente deontologico e sistemico.
Ricordiamo che Il CCBE è il Consiglio degli Ordini Forensi Europei (Council of Bars and Law Societies of Europe). Si tratta dell’organismo che rappresenta gli ordini forensi e le law societies di 46 Paesi europei, quindi oltre un milione di avvocati. È l’interlocutore istituzionale dell’avvocatura europea nei confronti delle istituzioni dell’Unione Europea (Commissione, Parlamento e Consiglio).
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Che cosa si intende per intelligenza artificiale generativa
La Guida chiarisce che la GenAI si distingue dagli altri sistemi di intelligenza artificiale per la capacità di generare nuovi contenuti: testi, immagini, audio, video.
Dal punto di vista giuridico, la normativa europea non fornisce una definizione autonoma di “intelligenza artificiale generativa”, ma la ricomprende nella categoria dei “sistemi di IA”, spesso qualificabili come sistemi di IA di uso generale (GPAI) ai sensi dell’articolo 3 dell’AI Act.
Il sistema regolatorio europeo si fonda su un approccio basato sul rischio, articolato in quattro livelli (rischio inaccettabile, alto, limitato, minimo), con obblighi progressivamente più stringenti. Gli studi legali, in qualità di utilizzatori (deployers), sono tenuti non solo a rispettare le regole generali, ma anche a garantire adeguate competenze interne in materia di IA.
La GenAI, pertanto, non si colloca in un vuoto normativo: è già pienamente inserita in un ecosistema regolatorio che comprende, oltre all’AI Act, la disciplina in materia di protezione dei dati personali, proprietà intellettuale, sicurezza informatica e responsabilità professionale.
Diffusione nella pratica legale: efficienza e trasformazione organizzativa
La Guida prende atto di un dato ormai evidente: l’adozione della GenAI negli studi legali è in forte crescita.
Gli ambiti di utilizzo più frequenti includono:
- ricerca giurisprudenziale;
- analisi e sintesi documentale;
- redazione di atti e pareri;
- gestione della corrispondenza.
Il documento evidenzia come tali strumenti possano migliorare l’efficienza operativa, ridurre i tempi di lavorazione e consentire agli avvocati di concentrarsi su attività ad alto valore strategico.
La GenAI può, inoltre, favorire un migliore accesso alla giustizia, rendendo sostenibili servizi che, altrimenti, sarebbero economicamente inaccessibili a determinate categorie di clienti.
Tuttavia, la Guida insiste su un punto cruciale: il beneficio organizzativo non può mai prevalere sul rispetto dei principi deontologici.
I rischi giuridici e deontologici: oltre l’entusiasmo tecnologico
La Guida individua con precisione le principali criticità.
Allucinazioni e affidabilità dell’output
I sistemi di GenAI possono generare contenuti giuridicamente plausibili ma fattualmente inesatti: sentenze inesistenti, citazioni errate, principi inventati.
In ambito forense, un simile errore non è una mera imprecisione tecnica: può tradursi in violazione del dovere di diligenza, responsabilità disciplinare e danno reputazionale.
Bias e compiacenza (sycophancy)
I modelli possono riprodurre pregiudizi impliciti presenti nei dati di addestramento oppure fornire risposte eccessivamente allineate alle aspettative dell’utente.
Il rischio, per l’avvocato, è duplice: interiorizzare inconsapevolmente tali distorsioni e compromettere l’imparzialità del proprio giudizio professionale.
Opacità algoritmica
La c.d. “black box” rende spesso impossibile comprendere il percorso logico che conduce all’output generato.
Questa opacità è difficilmente conciliabile con l’esigenza di controllabilità e verificabilità che caratterizza l’attività forense.
Proprietà intellettuale e riutilizzo dei dati
La Guida richiama l’attenzione sulle clausole contrattuali dei fornitori di IA, che possono prevedere il riutilizzo dei dati immessi per finalità di addestramento o miglioramento del modello.
L’inserimento di dati protetti o riservati può comportare violazioni del diritto d’autore o del segreto professionale.
Sicurezza informatica e frodi
Deepfake, identità sintetiche, attacchi di prompt injection e data poisoning rappresentano nuove superfici di rischio.
Lo studio legale diventa, così, non solo utilizzatore ma anche potenziale vettore di vulnerabilità.
Riservatezza: il principio cardine messo alla prova
La riservatezza dell’avvocato rappresenta il fondamento del rapporto fiduciario con il cliente e costituisce uno dei cardini della deontologia forense europea. Con l’introduzione dell’intelligenza artificiale generativa negli studi legali, questo principio assume una rilevanza ancora più delicata.
La Guida del CCBE sull’uso dell’intelligenza artificiale generativa da parte degli avvocati chiarisce che l’utilizzo di strumenti di GenAI (come ChatGPT o altri sistemi di IA) non attenua in alcun modo il dovere di segreto professionale. Al contrario, ne aumenta la complessità operativa.
Quando un avvocato inserisce dati, bozze di atti, informazioni riservate o documenti processuali in un sistema di IA per studi legali, tali dati possono essere:
- memorizzati,
- trattati in cloud,
- riutilizzati per l’addestramento del modello,
- accessibili a soggetti terzi.
Il rischio di violazione della riservatezza nell’uso dell’IA può quindi concretizzarsi già nel momento dell’inserimento del prompt.
In un contesto normativo dominato da GDPR, AI Act (Regolamento UE 2024/1689) e normativa sulla cybersecurity, la tutela delle informazioni del cliente diventa una questione di AI compliance dello studio legale.
L’avvocato resta sempre titolare della responsabilità. Il segreto professionale non si trasferisce all’algoritmo.
Competenza professionale e responsabilità dell’avvocato nell’era dell’AI Act
Uno dei passaggi più significativi della Guida CCBE sull’intelligenza artificiale riguarda il principio di competenza professionale dell’avvocato.
Oggi la competenza non si limita più alla conoscenza del diritto sostanziale e processuale, ma include la comprensione degli strumenti tecnologici utilizzati nell’attività professionale. L’AI Act impone alle organizzazioni un obbligo di alfabetizzazione sull’intelligenza artificiale, e questo coinvolge direttamente gli studi legali.
L’uso dell’intelligenza artificiale generativa da parte degli avvocati comporta rischi concreti:
- generazione di giurisprudenza inesistente (allucinazioni dell’IA),
- citazioni normative errate,
- interpretazioni giuridiche fuorvianti,
- ricostruzioni non verificate.
L’avvocato è responsabile dell’output dell’IA tanto quanto lo sarebbe di un atto redatto autonomamente.
La responsabilità professionale dell’avvocato nell’uso dell’IA implica quindi:
- verifica sistematica dell’output,
- comprensione dei limiti del modello,
- formazione continua in materia di intelligenza artificiale e diritto,
- adozione di protocolli interni di controllo.
L’IA può supportare l’attività professionale, ma non può sostituire il giudizio critico dell’avvocato.
Leggi l'approfondimento sulla responsabilità in azienda sull'uso dell'AI.
Indipendenza dell’avvocato e rischio di condizionamento algoritmico
l principio di indipendenza dell’avvocato è centrale nella Carta dei Principi del CCBE. L’introduzione della GenAI negli studi legali apre un nuovo fronte: il rischio di condizionamento algoritmico.
I sistemi di intelligenza artificiale generativa possono incorporare:
- bias nei dati di addestramento,
- logiche probabilistiche,
- fenomeni di sycophancy (compiacenza algoritmica).
L’avvocato che utilizza strumenti di IA per consulenza legale rischia di interiorizzare inconsapevolmente tali distorsioni, lasciando che l’output influenzi il proprio ragionamento giuridico.
Si parla di automation complacency, ossia l’eccessiva fiducia nei sistemi automatizzati.
L’indipendenza professionale impone che l’intelligenza artificiale negli studi legali sia sempre subordinata al controllo umano. L’algoritmo non può diventare un co-decisore invisibile.
Trasparenza verso il cliente e uso dell’IA nella consulenza legale
La trasparenza nell’uso dell’intelligenza artificiale da parte degli avvocati è un tema emergente.
Se l’utilizzo della GenAI incide in modo significativo sull’esecuzione dell’incarico o comporta trattamenti di dati sensibili, può rendersi necessario informare il cliente.
Alcuni clienti potrebbero:
- pretendere l’utilizzo di strumenti di IA avanzata per ridurre tempi e costi;
- vietare espressamente l’uso di ChatGPT o sistemi analoghi.
La gestione di tali richieste rientra nella governance dell’IA nello studio legale.
L’adozione dell’intelligenza artificiale nella professione forense non è solo una scelta tecnica, ma una decisione organizzativa e strategica.
Conflitto di interessi e contaminazione dei dati nell’IA per studi legali
Un ulteriore profilo analizzato nella Guida CCBE sull’IA per avvocati riguarda il conflitto di interessi nell’uso dei sistemi di intelligenza artificiale.
Se un modello è addestrato su dataset provenienti da più studi o clienti, può teoricamente verificarsi una contaminazione informativa.
Il rischio riguarda:
- utilizzo indiretto di dati di un cliente in un incarico controparte,
- interferenze tra informazioni riservate,
- problematiche di segreto professionale.
L’IA per studi legali deve essere integrata solo dopo un’attenta valutazione di:
- configurazione tecnica,
- clausole contrattuali,
- modalità di conservazione dei dati,
- trasferimenti extra-UE.
La prevenzione del conflitto di interessi resta un dovere primario dell’avvocato.
Responsabilità disciplinare e corretto funzionamento della giustizia
L’uso non verificato di contenuti generati da intelligenza artificiale generativa può esporre l’avvocato a:
- responsabilità disciplinare,
- responsabilità civile professionale,
- danni reputazionali,
- sanzioni processuali.
Il rispetto dello Stato di diritto impone che nessun atto depositato in giudizio contenga informazioni false o fuorvianti, anche se generate da un sistema automatizzato.
La responsabilità dell’avvocato nell’uso dell’IA resta personale e indelegabile.
La tecnologia non può essere invocata come giustificazione dell’errore.
AI Act, formazione obbligatoria e futuro della professione forense
Con l’entrata in vigore dell’AI Act (Regolamento UE 2024/1689), la formazione in materia di intelligenza artificiale per gli avvocati diventa un elemento strutturale della professione.
L’articolo 4 del Regolamento impone che chi utilizza sistemi di IA possieda competenze adeguate.
Per gli studi legali questo significa:
- sviluppare politiche interne di AI compliance,
- adottare linee guida sull’uso della GenAI,
- integrare la formazione continua sull’intelligenza artificiale applicata al diritto.
La trasformazione digitale degli studi legali non può essere improvvisata. Richiede una governance consapevole.
Conclusioni
La Guida del CCBE sull’intelligenza artificiale generativa per avvocati non assume una posizione ostile nei confronti della tecnologia, né propone un approccio difensivo o conservativo. Al contrario, riconosce che l’intelligenza artificiale negli studi legali rappresenta una trasformazione strutturale della professione forense e invita a governarla con consapevolezza, metodo e responsabilità.
L’integrazione dell’intelligenza artificiale generativa nella pratica legale può effettivamente migliorare l’efficienza operativa degli studi, ottimizzare la ricerca giuridica, ridurre tempi e costi di gestione delle pratiche e, in prospettiva, contribuire ad ampliare l’accesso alla giustizia. Si tratta di un’evoluzione che incide non solo sull’organizzazione interna degli studi, ma anche sul modo stesso in cui viene erogata la consulenza legale.
Tuttavia, questa innovazione non può avvenire in modo neutro o acritico. L’adozione dell’IA per avvocati deve essere sempre ricondotta entro il perimetro dei principi fondamentali della professione forense, che restano immutati anche nell’era digitale. La riservatezza, la competenza professionale, l’indipendenza dell’avvocato, la lealtà verso il clientee il rispetto dello Stato di diritto non sono valori negoziabili né comprimibili per ragioni di efficienza tecnologica.
Nel nuovo equilibrio tra avvocato e intelligenza artificiale, l’algoritmo può essere uno strumento potente, ma non diventa mai titolare della funzione difensiva. La decisione giuridica, la valutazione strategica e la responsabilità professionale restano necessariamente umane.